BIOGRAFIA
 
Di Riccardo Fedriga – Da Enciclopedia delle Donne.

Coglieva sempre molto bene le sfumature personali e lasciava in tutti coloro che le capitava di incontrare una sensazione di familiarità: il modo di muoversi tra le cose quotidiane, l’accomodarsi subito in ogni situazione, la convivialità, la disposizione all’ascolto. In questo essere un polo di attrazione affettivo e intellettuale, Miriam Mafai era persona straordinaria. Intelligente perché ricettiva e veloce, poco incline ai giri di valzer, alle smancerie, deve aver dato e ricevuto non pochi strattoni, lasciato aspettare molti, e non solo i compagni di un Partito per il quale era vissuta e al quale avrebbe comunque preferito la ricerca della verità.
Educata secondo una precisa concezione dell’arte, Mafai era legata a una idea classica di narrazione per immagini, e le sue cronache rispondono al gioco delle cause e degli effetti. Le frasi sono brevi, le interviste quasi sempre riportate alla fonte in prima persona. È un pensiero organizzato in periodi conclusi, secondo un modo compiuto e classico. Mafai coglie la realtà, la ordina e sottopone l’ordine della sua cronaca a giudici inflessibili: il controllo di sé, unito al dissacrante umorismo che spiazzava la banalità delle rendite di posizione, e il colpo secco dell’intelligenza scritta che impedisce, in primo luogo a se se stessa, il proliferare del conformismo ideologico. Poiché sapeva di dover anteporre i lettori alle proprie verità, non avrebbe mai potuto essere una comunista ortodossa, nonostante abbia incarnato la storia stessa del Partito e della democrazia in Italia, né una femminista ideologica e di maniera, nonostante abbia incarnato e creato la storia stessa del femminismo.
Il resto è il racconto di una vita straordinaria. Nata a Firenze il 2 febbraio, Miriam era figlia di Antonietta Raphaël, pianista, scultrice e pittrice, figlia di un rabbino lituano e cresciuta tra Londra e Parigi, e del pittore Mario Mafai animatore, con la moglie e Scipione, del composito gruppo della Scuola Romana. La casa di famiglia, al celebre 325 di via Cavour, era continua meta di artisti e intellettuali antifascisti: da Giuseppe Ungaretti a Enrico Falqui, da Libero de Libero a Renato Marino Mazzacurati, sino ai meno assidui Fausto Pirandello e Ferruccio Ferrazzi.
Nel 1939 il padre si trasferisce a Genova per cercare di sottrarre la madre e le sorelle Simona e Giulia alle persecuzioni razziali. Ma già dopo l’8 settembre 1943 Miriam è di nuovo a Roma, attiva nella lotta di Liberazione; la vediamo impegnata, dapprima come staffetta e, in seguito, nel 1944, alle attività di informazione del Ministero dell’Italia Occupata diretto da Mauro Scoccimarro. Lì incontra per la prima volta Gian Carlo Pajetta, allora membro del Comitato di Liberazione Nazionale. Alla fine della guerra, Miriam Mafai è funzionario del Partito Comunista. Luciana Castellina la ricorda, nel ’47, parte di un gruppo di donne già “grandi”. «Grandi non solo di età, ma perché erano già grandi figure nel partito, che avevano già grandi responsabilità e facevano grandi cose ed erano perciò per noi l’esempio di quanto avremmo dovuto fare anche noi, di come avremmo dovuto diventare» («Il Manifesto», 9 aprile 2012). Non era la sola donna a essere “grande”. Negli anni della guerra lo erano diventate migliaia di donne italiane, fotografate da Mafai nella normalità dei loro ruoli e nella rivendicazione dei loro diritti in quel libro straordinario che è Pane Nero. C’è la voce diretta delle protagoniste, come Lucia, la tramviera che non voleva portare il berretto «Quando mio marito lo seppe – che la moglie faceva la tramviera – andò su tutte le furie, ma alla fine accettò la mia decisione. Partì per il fronte che ero già incinta di Umberto ma non lo rividi mai più. Guidare il tram… ah guidare il tram era una gran bella soddisfazione. Mi ricordo di un controllore che non mi dava pace perché io non portavo il berretto. Un giorno, quando l’ho visto (…) ho fermato il tram, sono scesa, ho messo il berretto sulle rotaie e ci sono passata sopra. Si capisce che poi lui mi ha fatto rapporto» (Pane Nero, p. 51). Alle interviste seguono i commenti della cronista Mafai, disadorni quanto essenziali nel realismo della descrizione: «Prime settimane di lavoro per decine di migliaia di giovani donne, postine, fattorine sui tram, conducenti, impiegate. Prime settimane di lavoro. Primi stipendi. Primi soldi da spendere, ragionevolmente certo, ma senza dover chiedere il permesso a nessuno » (Pane Nero, Mondadori, Milano, 1987, pp. 51-53).
Nel 1948 Miriam sposa civilmente Umberto Scalia, segretario del PCI dell’Aquila, città della quale Mafai diviene consigliere comunale. Nascono i figli Luciano, futuro dirigente sindacale, e Sara, che diventerà giornalista. L’attività politica di quegli anni è molto intensa e difficile è stabilire il discrimine tra impegno civile, dedizione alla causa del Partito e vita. In particolare Mafai è impegnata nelle lotte dei braccianti, dei minatori della valle del Pescara e delle donne marsicane. Erano lotte politiche ma in primo luogo lotte per la politica, per una migliore vita civile, l’ebbrezza per una democrazia che si vedeva nascere dal basso. Alfredo Reichlin, che condivise quelle esperienze scrive: «Tante cose ho dimenticato di quel tempo ma non l’ebbrezza della felicità: l’immensa felicità della politica che si fa storia […] Abbiamo creduto e abbiamo lottato perché finalmente in Italia “gli ultimi”, quelli senza scarpe potessero alzare la testa e cominciare a contare. È poco?» («L’unità», 9 aprile 2012).
Quando nel 1957 la famiglia Scalia si trasferisce a Parigi, dove Scalia viene inviato dal PCI, Mafai fa del giornalismo una scelta professionale ed esistenziale. Dapprima è corrispondente dalla capitale francese di «Vie Nuove», testata fondata da Luigi Longo, e l’anno successivo, tornata a Roma, inizia la collaborazione con l’Unità. Risale ai primi anni Sessanta l’inizio del legame sentimentale con Pajetta, il ragazzo rosso, uomo difficile e fuori dal comune: il loro legame si protrasse per trent’anni, e forse grazie al carattere di Miriam, fu tra quelli di maggior rispetto delle e nelle differenze di un Partito che non lasciava certo molto spazio all’iniziativa femminile.
Agli anni compresi tra il 1965 e il 1970 risale la direzione di «Noi Donne». Contro ogni tentativo di «prevaricazione da parte dell’organizzazione sul lavoro», Mafai concepisce la lotta per i diritti delle donne come «emancipazione più servizi efficienti» («Noi Donne», numero speciale in occasione dei cinquant’anni della rivista). Poi viene «Paese Sera» e la co-fondazione, nel 1976, di «Repubblica». Sono gli anni legati agli articoli sul terrorismo, le responsabilità della sinistra, la stagione delle stragi. Ma sono anche gli anni delle grandi inchieste, della passione per le conquiste civili della nostra democrazia: dalla legge sul divorzio alla 194, la legge sull’aborto, ratificata nel 1981, che verrà sempre sostenuta da Mafai in nome anche di una sua estensione ai «diritti della ricerca sulla fecondazione assistita, il testamento biologico, l’utilizzazione delle cellule staminali, l’eutanasia» (Diario italiano, Laterza, Roma, 2006, p. XV). Sono poi capolavori i pezzi contro l’ascesa dell’ideologia di un cattolicesimo neoguelfo e delle ingerenze religiose nella laicità dello Stato.
Eletta in parlamento nel 1994 tra i banchi della Sinistra democratica nella coalizione dei Progressisti, Miriam Mafai prosegue l’attività di cronista civile della vita dello Stato: la crisi di quello che fu il Partito Comunista ritratta nella disincantata, lucida e a e tratti sarcastica descrizione di un troppo affrettato “rompete le righe”; una sinistra che, ai suoi occhi, si allontana sempre di più dalle grandi battaglie civili. Ma continua soprattutto l’attività di cronaca contro i servizi negati ai cittadini, l’inciviltà che diviene malaffare.
Magnifici sono poi i ritratti, con attacchi espliciti o pezzi anodini, dei leader politici: da Berlinguer a un Craxi degno del Rastignac balzacchiano, sino a Veltroni, alla non troppo infelice solitudine del numero primo D’Alema, per culminare con la denuncia dei rischi eversivi insiti nella figura del Cavaliere.
Molti di questi pezzi sono stati raccolti in un volume, Diario italiano (Laterza, 2006), titolo al quale Mafai, confermando il suo piglio, toglie subito ogni ambiguità crepuscolare: «Non ho mai tenuto un diario (…). Non me ne rammarico. Il mio diario, dopotutto, è questo, che ripercorre note, editoriali, inchieste (…) nati sempre da un dato di cronaca, da un fatto immediato, si trattasse di un congresso di partito, di una donna offesa nella sua dignità, di una manifestazione sindacale o di uno sbarco di clandestini».
A rileggere questi articoli oggi, così come a leggere quegli splendidi libri sull’adesione e il distacco dall’esperienza comunista, come da ogni ideologia, che sono Botteghe oscure addio (Mondadori, 1997) e soprattutto Il silenzio dei comunisti, con Mafai e Alfredo Reichlin incalzati da Vittorio Foa, si vede bene come, grazie all’uso continuo del discorso diretto, i dati e i fatti immediati diventino una cronaca che si richiama alla realtà. Ma non solo: quella di Mafai è una scrittura che non riesce infatti mai a sottrarsi a un forte senso di esempio civile. Ci restano così come un esempio morale gli ultimi articoli, non tanto quelli sulla politica, su cui esiti essere profetici è quasi banale, quanto quelli sulle nuove barbarie della società. Basti pensare ai pezzi sulla violenza familiare, già denunciata in passato e mai così alta come oggi; a quello sulla mercificazione delle figura femminile, sui corpi delle donne rifatti per piacere ai maschi. Con il rischio del ritorno all’imposizione, alle donne, di un modello morale e di scelte di vita in una ben più degradante condizione di dominio commerciale. Una denuncia civile, come mostra il video-invettiva contro la volgare presa di posizione di Berlusconi sui gay alla Fiera di Milano, che si estende a ogni diversità negata. Ancora e sempre, poi, la difesa della laicità: «La sconfitta dei laici nella battaglia referendaria (…) non poteva chiudere – e non ha chiuso – il dibattito sui temi “eticamente sensibili”. Gli spazi della nostra libertà si allargano. Il diritto e la politica avranno la loro da dire, ma nel rispetto più rigoroso della libertà degli individui e della laicità dello Stato» (Diario italiano, p. XVI).
Inguaribile ottimista, in più di mezzo secolo Mafai ci ha insegnato a leggere l’incarnazione storica dei valori di libertà, le battaglie di uomini e donne per l’affermazione dei propri diritti, il dovere di conservarli adeguandoli, senza cancellarli, alla consapevolezza del mutare dei tempi. Non è forse un caso che il suo ultimo articolo, forse pensando anche al futuro delle amate nipoti, sia stato il ricordo del salvataggio dei bambini di Roma e Cassino, nel pieno della crisi che sconvolgeva un Paese allo sbando nell’immediato dopoguerra: «e noi andavamo di casa in casa a chiedere chi voleva affidarci un bambino per mandarlo a vivere, per qualche tempo, presso una famiglia emiliana che lo avrebbe nutrito, rivestito, mandato a scuola, se necessario curato. Mi chiedo ancora, a distanza di tanti anni, come ci riuscimmo. La fame doveva essere tanta, e tanta la fiducia in noi se ci riuscimmo». (Così salvammo quei bambini, «La Repubblica», aprile 2012).
Il suo ascolto di ogni interlocutore, seguito dall’adesione o dalla critica appassionata alle sue posizioni, davano sempre l’impressione che ogni singola frase potesse rientrare nel novero di tutto quello che aveva valore, e che pertanto si doveva fermare con la scrittura («questa è buona!»). Impossibile, è ovvio, ma neppure così importante. Perché l’intelligenza di Miriam Mafai e il rispetto dell’altro, di chiunque altro, risiedevano proprio nel senso di quella porta sempre aperta verso il dialogo. «Ci sono eventi che attraversano la nostra società, di cui trascuriamo o sottovalutiamo il primo manifestarsi e che, con il passare del tempo, si aggravano, esplodono e poi rischiano di trasformarsi in cancrena. Ma non sempre ci rendiamo conto della loro importanza. Eppure l’ambizione maggiore di un cronista dovrebbe essere questa: immaginarsi come capace di lanciare una sonda in una realtà ancora confusa, e portarla alla luce nel suo primo manifestarsi. Qualche volta, di rado, ci sono riuscita».