ale

Di Alessandro Capriccioli, blogger su Libernazione e Metilparaben.

La famiglia è sacra, in un paese come il nostro. Ma ci sono casi nei quali è opportuno gettare questo principio alle ortiche.

La citazione è del 1966: e guarda caso è tratta da un articolo di Miriam Mafai.
Varrebbe la pena di rifletterci un attimo, oggi, mentre il femminicidio imperversa (perché imperversa, al di là di ogni ragionevole dubbio), il dibattito sulla questione infuria e copiose frange dei fronti contrapposti, come spesso accade, tendono a polarizzarsi su argomentazioni troppo semplici per essere utili a risolvere il problema: i sostenitori delle aggravanti di legge da una parte, i negazionisti dall’altra e sempre meno spazio disponibile per chi (magari sbagliando) si azzarda a complicare il ragionamento.
Ebbene, io continuo ad essere convinto che la famiglia debba giocare un ruolo determinante, all’interno di quei ragionamenti.
Perché è singolare, ne converrete, che l’istituzione invocata da più parti come pietra angolare della convivenza civile, il cui progressivo sfaldamento, a dire di molti, sarebbe il principale responsabile della decadenza di intere parti della nostra società, costituisca in molti casi il luogo nel quale la violenza sulle donne assume i contorni più raccapriccianti.
Sarebbe necessaria, come dire, una sintesi.
Sarebbe necessario, tra le altre cose, riflettere sul modo in cui l’idea di indissolubilità della famiglia, enunciata in teoria come precetto religioso ma sanzionata nella prassi attraverso forme di vera e propria esclusione sociale (e quindi di discriminazione) nei confronti di chi la mette in discussione possa costituire, nei casi concreti, lo strumento con cui legittimare soprusi e violenze che protratti negli anni conducono a conseguenze irreparabili.
Sarebbe necessario domandarsi se sia proprio vero, che la famiglia è una sola, o se piuttosto non esistano “le famiglie”, intese come luoghi diversi tra loro nei quali talora viene declinato l’amore, mentre altre volte a dominare la scena sono la sopraffazione, la sofferenza, il dolore e infine la morte.
Sarebbe necessario, insomma, imparare a declinare la parola “famiglia” al plurale: il che, tuttavia, condurrebbe inevitabilmente a connotare “le famiglie”, intese come istituzioni utili a rafforzare il tessuto sociale anziché indebolirlo, come entità contraddistinte non più da un criterio meramente religioso o anagrafico, ma dalla pratica concreta dei vincoli affettivi che vi albergano.
Ecco, allora, che argomenti apparentemente disparati come il femminicidio e il riconoscimento delle famiglie “altre”, vale a dire diverse da quella “tradizionale”, rivelano un collegamento (culturale prima ancora che politico) che varrebbe la pena di esplorare ed approfondire.
Senza preconcetti e senza tabù, si direbbe.
Proprio come Miriam, guarda caso, è sempre stata capace di fare.

Comments
  • posizionamento siti
    Reply

    e’ difficile trovare persone competenti su questo argomento, ma sembra proprio che voi sappiate davvero di cosa state parlando! Grazie

Lascia un Commento

Who are you?

Il tuo commento.