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Miriam Mafai, 23 giugno 2011.

Io sono figlia di un’epoca in cui la politica si faceva in piazza e nelle sezioni, quando non esisteva la TV e, naturalmente, non esisteva il web e i comizi si annunciavano in paese con il banditore, un giovanotto che percorreva la piazza e le strade del paese annunciando che una donna (allora era un avvenimento) avrebbe parlato in piazza, e invitava le donne a scendere in piazza per ascoltarla. Non sempre questo accadeva, e le donne del paese spesso ascoltavano il comizio nascoste dietro le persiane di casa.

Secoli fa, ma da allora io amo la piazza.

Vi dirò dunque subito che a me piace la piazza. Mi piacciono tutte le piazze. Non solo, naturalmente, quelle storiche, grandiose, ricche di fontane e monumenti come Piazza Navona a Roma o piazza di Siena, da secoli aperta alle corse dei cavalli e agli scontri tra ragazzi. Queste piazze, dopotutto, piacciono a tutti, italiani e stranieri, che fanno chilometri in aereo per venirle a vedere. No, a me piacciono tutte le piazze degli ottomila comuni di cui è composta l’Italia, le piccole piazze senza nome, chiuse tra i gradini di una chiesa, una stele che ricorda i caduti e un balcone da dove pare che una volta si sia affacciato Garibaldi. E vi segnalo, per chi non la conoscesse, la piccolissima piazza di Panicale, dove mi sono fermata qualche giorno fa in ricordo del grande pittore, e solo quando mi sono alzata per andarmene ho letto una vecchia lapide sul muro che ricordava che lì, nel 1920, erano caduti sotto il piombo fascista un gruppo di contadini e contadine del contado venuti in paese per manifestare.

Qualcuno di voi forse ricorda la piazza siciliana raccontata da Tornatore nel suo Nuovo Cinema Paradiso, con quel pazzo che gridava: «La piazza è mia». E qualcuno forse di voi ricorda la bella poesia di Patrizia Cavalli:

L’aria è di tutti, non è di tutti l’aria?
Così è una piazza, spazio di città,
Pubblico spazio, ossia pubblica aria…

Questo è la piazza, insomma: è la piazza, luogo dei sentimenti, dei rancori, degli entusiasmi, della rabbia, della protesta.

A me piace la piazza. E nella mia ormai lunga, lunghissima vita, di militante politica e di giornalista ho organizzato, guidato, raccontato piazze di ogni tipo.

Le prime piazze che ricordo, con vera e propria commozione, sono certe piazze dei miserabili paesi del Fucino, da Celano a Pescina a Ortucchio, che all’alba si riempivano di contadini e delle loro donne, che con i bambini in braccio da lì si muoveranno per andare ad occupare le terre del principe Torlonia e imporre a un governo ancora incerto ed esitante la Riforma agraria, che poi grazie alle loro battaglie abbiamo avuto, sebbene al di sotto delle aspettative e delle necessità.

Così ricordo nell’immediato dopoguerra, a Genova come a Torino, le manifestazioni di piazza degli operai, che dopo aver salvato le macchine si trovavano disoccupati e chiedevano un lavoro.

E ricordo, naturalmente, come molti di voi, le piazze infiammate del ’68, occupate da migliaia di ragazzi e ragazze, studenti che manifestavano per cambiare l’Università e conquistare per tutti il diritto allo studio.

E ricordo, con vera e propria angoscia, le piazze tragiche e minacciose attraversate da migliaia di ragazzi che alzavano la mano nel segno della P38, e quelle, dolenti, nelle quali si piangevano e ricordavano le vittime del terrorismo e delle stragi, i morti della strage di Bologna, di Piazza della Loggia, Aldo Moro e Guido Rossa.

Ricordo infine con riconoscenza le piazze occupate dalle ragazze e delle donne del movimento femminista che alzavano il cartello, per noi più anziane quasi scandaloso, “Il corpo è mio e lo gestisco io”.

Ed altre piazze ancora ricordo, in segno di lutto, di protesta, di richiesta di ribellione.

La storia della Prima Repubblica, a ben vedere, è in gran parte segnata dalla presenza, dall’intervento della piazza, che talvolta, non di rado, riesce non solo a incidere sulla vicenda politica, ma anche a modificarne gli esiti.

Valga per tutti l’esempio dalla piazza di Reggio Emilia, simbolo di una rivolta popolare che nel luglio del 1960 sconfisse il rozzo tentativo reazionario di Tambroni, salito a Palazzo Chigi con il voto della destra fascista, e impose ad una esitante DC un radicale cambiamento di linea e l’avvio dell’esperimento di centro sinistra.

Permettetemi di raccontare, sia pure molto rapidamente, quella vicenda.

Per la prima volta nella storia della Repubblica, un governo presieduto dal DC Tambroni ottiene la fiducia della Camera grazie ai voti determinanti del MSI, che chiede e ottiene in cambio l’autorizzazione a tenere il suo congresso a Genova, città medaglia d’oro della Resistenza. In realtà quel congresso non si terrà: sarà la piazza genovese che lo impedirà.
La città scende in sciopero, in piazza De Ferrari si radunano decine di migliaia di persone che reagiscono all’intervento della polizia rovesciando le camionette e disarmando gli agenti. Il congresso dunque non si farà, ma l’ondata di protesta contro Tambroni, partita da Genova, non si placa, anzi si estende. La polizia interviene con durezza contro tutte le manifestazioni popolari e spara a Licata, a Palermo, a Catania.
L’episodio più drammatico si avrà a Reggio Emilia, il 7 luglio, dove la polizia spara ad altezza d’uomo contro una manifestazione pacifica. Cinque giovani restano a terra. Sono cinque operai: Ovidio Franchi, Lauro Farioli, Afro Tondelli, Emilio Reverberi, Marino Serri. I caduti di Reggio Emilia, che ispireranno una delle più belle canzoni popolari italiane, chiudono la drammatica vicenda del luglio del ’60; la direzione della DC costringe un riluttante Tambroni alle dimissioni. Tre giorni dopo nasce, sotto la presidenza di Fanfani, il primo governo di centrosinistra voluto da Aldo Moro, allora segretario della DC.

Una fase della nostra vita politica si chiude ed un’altra si apre. Sotto la spinta e la pressione della piazza. Come è accaduto altre volte anche nella nostra storia più recente.

Ma la prima piazza che ricordo con emozione –avevo appena 14 anni– è una piazza, anche quella straordinariamente affollata, che esplode in un urlo di fiducia e di entusiasmo quando Mussolini annuncia che l’Italia, finalmente, entra in guerra. Era il 10 giugno del 1940. La ricordo, quella piazza, perché l’ho vissuta, umiliata e preoccupata, da adolescente che era stata cacciata da tutte le scuole del Regno (così si diceva allora) perché nata da una madre ebrea. Ma tutti ricordiamo, anche senza averle vissute, altre piazze che in Europa in quegli anni si raccoglievano in un delirio di ammirazione per il padrone di turno.

La piazza può essere infatti ed è stata sempre il sostegno, il luogo privilegiato delle dittature. Tutti i dittatori del XX secolo, Mussolini, Hitler, Stalin, hanno stabilito con la piazza un rapporto che all’osservatore lontano, nel tempo o nello spazio, può apparire irrazionale, quasi mistico.

Ma la piazza è mutevole. La stessa piazza e tutte le piazze d’Italia che avevano applaudito alla dichiarazione di guerra, solo tre anni dopo, nel luglio del 1943, rovesceranno, con rabbia dovunque, i simboli del regime.

La piazza non è oggi nei nostri paesi l’agorà dell’antica Grecia, dove pare (ma un grande storico come Luciano Canfora ne dubita) si discutesse dei problemi della città e si prendessero a maggioranza le relative decisioni.

Non lo è e non può esserlo.

La piazza non si identifica con la democrazia, ma non c’è democrazia senza il sostegno della piazza, un sostegno che va e viene, che si concede e si rifiuta, a seconda delle scelte e delle decisioni di chi governa.

La democrazia è oggi nel nostro paese una “religione stanca”. Ma il disincanto democratico può essere rivitalizzato dall’intervento della piazza. Siamo oggi, forse, esattamente in questa fase.

La piazza è un luogo nel quale ognuno smarrisce qualcosa di sé e partecipa di una identità, di un sentimento collettivo.
“La natura dell’identità”, cito questa volta da un testo di Bodei, “non è quella di un unico filo, quanto piuttosto di una corda lentamente e pazientemente intrecciata, e composta dall’avvolgimento di più fili”.
Non credo di tradire il pensiero di Bodei se penso alla piazza come al luogo, uno dei luoghi, nel quale le nostre identità si intrecciano, possono intrecciarsi a formare la corda di una identità collettiva.

La piazza, dunque, come il luogo nel quale si forma e di definisce, nel rapporto con gli altri, la nostra identità in continuo divenire, mai una volta definita per tutte; tutti noi siamo, per dirla con Zygmunt Bauman, uomini (e donne) modulari, sottoposti e disponibili a continui cambiamenti, a seconda delle persone o degli ambienti con i quali entriamo in contatto.

La piazza che ci conferma nei nostri comportamenti o nelle nostre scelte, li esalta, ci fa sentire più sicuri nel contatto con tanti altri che provano in quel momento, in quella piazza, i nostri stessi sentimenti.

Comments
  • luca mattioli
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    precisa, imparziale, storica. Grazie.

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