simona

di Simona Mafai, sorella di Miriam ed ex parlamentare

Solo ora, a quasi due anni dalla morte, posso scrivere qualche riga su mia sorella Miriam. Sul nostro legame fortissimo.
La nostra vicinanza e il nostro affetto si sono sempre integrati con la comune passione politica, vissuta a livelli e in ambienti diversi, ma ugualmente intensa e mai disconnessa dalla vita personale di ciascuna; una passione che ha attraversato e si è intrecciata con altre passioni : l’amore (per i nostri compagni, figli, nipoti!), le amicizie, l’arte, la letteratura…
Dal giorno della nostra baldanzosa uscita dalla casa familiare fino al tristissimo giorno del suo sonno indotto che anticipò la morte, il perno dei nostri discorsi, dei nostri atti , delle nostre ansie – è sempre stata la politica del nostro paese, la sua vita democratica, la possibilità di realizzare alcuni lineamenti (desiderati ma confusi) di un socialismo ideale, basato sulla giustizia e sulla libertà.
Con il passare degli anni questo socialismo, immaginato nei duri anni della guerra, intravisto nelle pagine di libri molto amati e nelle parole dei comunisti più vecchi, si inverava con risultati capovolti nelle realtà nazionali che lo assumevano nelle proprie bandiere, praticandolo in modo tanto diverso dagli originari principi. Alla sommessa, progressiva delusione ideologica, si aggiunse col tempo la presa d’atto delle grandi difficoltà nella costruzione della democrazia in Italia. Nelle comunità locali e nelle istituzioni rappresentative – di fianco ad importanti realizzazioni sociali e alla affermazione di nuovi diritti civili (il che suscitò il nostro entusiasmo) – si registrarono una progressiva incapacità di analisi e di proposte di fronte ai risvolti della storia, mentre dilagavano incrostazioni burocratiche, parassitismi, corruzione e miserabili rivalità.
Ciò aveva indotto Miriam, alla fine della sua vita, ad una sorta di sdegnata disperazione anche nei confronti di chi presumeva di incarnare i sogni antichi nelle nuove realtà. Nei confronti di molti di loro Miriam manifestò, alla fine, un profondo disprezzo. Ricordo la rabbiosa amarezza con cui mi disse: “Credimi, non me ne importa più niente, ma proprio niente, di questa gente. Che pensa solo a se stessa”. (C’erano state le prime parziali misure di “austerità” relativamente ai costi della politica ed erano stati tolti alcuni benefit agli ex-presidenti della Camera dei deputati, colpendone alcuni, salvaguardandone altri). Negli ultimi tempi usava ripetere: “La Prima Repubblica è finita male, ma la Seconda Repubblica finirà peggio”. (E infatti!….)
Si comincia a morire, forse, quando si prende atto che di un problema, che ci sta molto a cuore, non vedremo la soluzione. La prima realistica presa di coscienza di questo limite Miriam l’assunse a proposito del conflitto Israele-Palestina. Un giorno mi disse: “Mi sono rassegnata a non vedere la conclusione di questa tragedia. Che si risolverà in qualche modo, forse, ma fuori dai tempi della mia esistenza”.
Voglio ora ricordare alcune caratteristiche di Miriam.
Prima di tutto l’impegno sul lavoro, che è stato sempre prioritario, senza la minima distrazione o cedevolezza. Quando era il momento sedeva, davanti alla macchina da scrivere o al computer, e si chiudeva in una campana impenetrabile, avvolta nelle sue riflessioni come in una corazza, dentro la quale comandava solo il cervello, da cui si dipanava il filo di ragionamenti inesorabili e conclusioni coraggiose: apertura alle idee altrui ma fermezza assoluta nelle proprie.. …Prendeva atto, senza infingimenti, della realtà con tutte le sue contraddizioni e durezze, ma contemporaneamente riaffermava con assoluto rigore le proprie convinzioni (e speranze!) , distillate dalla ragione.
Altro elemento strutturale del suo modo di essere è stata l’ironia. Scintillante, come una seconda pelle, l’ ha accompagnata in tutti i frangenti della vita: nei più insidiosi o drammatici eventi pubblici, come nelle più impreviste ed amare vicende personali. L’ironia: contro ogni pericolo di depressione e come ancora di salvataggio di fronte ai rischi di assolutismo, fanatismo, estremismo, moralismo, ecc., i tanti “ismi” che s’incontrano, ci tentano e minacciano di imprigionarci la vita.
Abbiamo vissuto separatamente, lontane una dall’altra; ma quella primitiva comunione di pensieri e di intenti che ci buttò nella storia e nel mondo per un confuso sogno rivoluzionario e di ricostruzione nazionale, non è mai venuta meno. L’abbiamo vissuta in forme lievemente diverse, come le differenti (e apparentemente contrastanti) facce di ogni ansia rivoluzionaria: da una parte la spinta alla rottura dell’ ordine esistente, con il suo accompagnamento di spregiudicatezza e sfide provocatorie; dall’altra la predisposizione a un ordine nuovo, in cui cominciare da subito a vivere e nei cui confronti praticare una nuova disciplina e fedeltà.
Nei primissimi anni della nostra vita indipendente, quando il famoso partito ci sbatteva qua e là in varie zone d’Italia, tanto da farci perdere il senso di un qualche perno centrale della vita, usavo dire tra me: “La mia casa è Miriam”.
Il nostro dialogo non si è mai interrotto, ma non ha condizionato le nostre scelte. Miriam mi ha aiutato nei momenti difficili che ho vissuto, con una generosità così naturale e sbrigativa, da sembrare addirittura non esserci; mentre, da parte sua, assetata com’era d’indipendenza, opponeva un ruvido rifiuto ad ogni offerta di aiuto. Politicamente non credo mi stimasse molto; mi reputava un po’ ingenua, forse sempliciotta, di fronte al mare tempestoso (e fangoso) della politica in cui ci eravamo buttate . Ricordo però qualche suo complimento, ed in particolare un biglietto (che purtroppo non ho conservato), che mi lasciò dopo aver letto un numero speciale per i venti anni della rivista “Mezzocielo”, che pubblico con un gruppo di amiche a Palermo. “E’ commovente – mi scrisse con una calligrafia un po’ sgranata – ; commovente e meraviglioso quante donne hai fatto scrivere in questi anni” . Il valore delle donne ed il ruolo liberatorio della scrittura: altre due passioni che ci hanno accomunate.
Perché scrivo questa testimonianza? Lo dico con alcuni versi di Emily Dickinson:
“Perché amiamo sederci accanto ai morti –
divenuti così incredibilmente cari –
poiché ci aggrappiamo a chi è perduto
anche se tutti gli altri sono qui”. .

Comments
  • Pino Calarco
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    Bellissimo. Condivisibile on todo. Un abbraccio affettuoso e carico di tanti ricordi. pino

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