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(Un ricordo di Piergiorgio Paterlini, scrittore e giornalista)

Miriam e io abbiamo vissuto alcuni pochi intensissimi momenti in questo universo, abbiamo cioè condiviso concretamente pezzettini di tempo e di spazio come lo percepiamo quotidianamente, ma abbiamo vissuto insieme e più a lungo anche in un universo parallelo, più misterioso, più affascinante, non meno reale.
Ho conosciuto Miriam a Bologna, nel 1979. Avevo 25 anni e il caso e la necessità (la mia, di guadagnare un po’ di soldi i primi anni dopo l’università) mi avevano portato a lavorare con/per suo figlio, Luciano, che il caso (e la necessità?) aveva spedito a Bologna a fare il segretario regionale dei metalmeccanici Cisl. Avrei dovuto occuparmi più o meno di comunicazione (non ricordo come si chiamasse allora, non era neanche ufficio stampa). Come poi avrei sempre fatto nella vita, rilanciai, da quell’inaspettato giocatore che sono. Proposi di fare una rivista “laica”, cioè una rivista “vera”, legata al “sociale” e in particolare al mondo giovanile, da diffondere in libreria e per abbonamento, soprattutto da preservare dalla tristissima sorte di ogni rivista sindacale allora come oggi anche la più blasonata: giacere a pacchi impolverati, e mai nemmeno liberati dal cordame e dal cellophane, lungo i corridoi delle sedi sindacali. La prima rivista di cui il sindacato in quel caso fosse “editore puro”: senza direttore politico, senza controllo diretto sui contenuti. Lo sventurato rispose. E si chiamava Luciano Scalia, Scalia, come avrei potuto collegarlo al cognome Mafai se nessuno me lo aveva detto? Neanche in mille anni.
Anticipo che la rivista si fece, si chiamava oscenamente Il calabrone (per un motivo che è lungo e inutile spiegare), ma la testata era l’unica cosa brutta di tutto il giornale, credo oggi di poterlo dire. Un giornale che fu e rimane un’esperienza storica, così storica da non venire, a quanto ne so, mai più replicata. Una rivista del sindacato che il sindacato leggeva solo una volta stampata, esattamente come tutti gli altri lettori, della quale il segretario sceglie il direttore (in quel caso io) e poi lo lascia lavorare, libero di decidere linea politica, linea editoriale, squadra. Poi, come ogni proprietà che si rispetti ed è giusto così, semmai lo sfiducia e lo licenzia, anche in tronco, ma non interviene giorno per giorno, articolo per articolo, collaboratore per collaboratore.
Scrissi il progetto, disegnai il menabò, scelsi una piccola agguerrita – si diceva allora e si direbbe ancora oggi, se ce ne fosse una – redazione. E partimmo. Ma – seppi soltanto molto dopo – partimmo anche perché Luciano aveva fatto esaminare il progetto a sua madre (al suo posto, avrei fatto lo stesso). Aveva chiesto alla giornalista più brava del mondo che aveva in casa se io ero pazzo e se lui più di me ad affidarmi quell’esperienza. A Miriam il progetto piacque moltissimo. Si entusiasmò, come lei si entusiasmava. E, con la sua segreta benedizione, partimmo, appunto.
La strage di Bologna del 2 agosto 1980 ci trovò in prima linea, e – solo per dirne una – fu grazie a quella minuscola orgogliosa testata che potei passare due ore a parlare con Carmelo Bene, il pomeriggio che precedette la sua storica lettura dantesca dalla Torre degli Asinelli il 31 luglio dell’anno dopo, in memoria della strage.
Poi Miriam venne alcuni giorni a Bologna a supervisionare la neonata edizione regionale del suo quotidiano, Repubblica. Venne anche nella nostra piccola redazione, mi prelevò e mi portò – letteralmente – dal capo delle pagine dicendogli semplicemente che dovevo scrivere. Non si poteva dire di no a Miriam Mafai. E io scrissi, per qualche anno.
Da allora non ci siamo mai persi di vista ma l’ho frequentata poco, pochissimo. Il ricordo più vivido risale alla fine degli anni Ottanta. Lo racconto non per amore di anedottica, ma perché mi sembra ci sia molto di lei in quell’episodio, la sua libertà dalle convenzioni, l’affetto inequivocabile misto a ruvidezza. Miriam mi aveva invitato a cena a casa sua. Arrivai. Chiacchierammo un po’, la ricordo sul divano, semisdraiata. Disse che era stanca e alla fine senza tanti complimenti mollò Giancarlo Pajetta, Luciano, il figlio allora ragazzino di Luciano e me al nostro destino. Lei rimase a casa, noi andammo a sfamarci in una pizzeria lì vicino, cara a Giancarlo.
Ancora più tardi ho scoperto il nostro universo parallelo. Chi mi conosce sa – e gli altri, volenti o nolenti, lo apprenderanno ora – che considero Ignazio Silone uno dei miei primi e più grandi Maestri, di vita e di scrittura. Scoperto a sedici anni, studiato ma soprattutto letto e riletto mille volte, ho come vissuto immerso nei suoi libri. Immerso nei suoi libri – chi lo conosce lo sa – vuol dire immerso nella sua terra: la Marsica, la piana del Fucino, Avezzano, Pescina, Sulmona, Collemaggio, la terra dei monaci ereticali (da cui era venuto anche Papa Celestino V) e la terra della storica lotta dei contadini (i “cafoni” di Fontamara) per bonificare e coltivare la piana del Fucino affrancandola dall’odioso strapotere dei Principi Torlonia. Silone a 15 anni era stato uno degli organizzatori di quelle prime lotte e delle prime Leghe. Credetemi, con il cuore, con la mente, con la fantasia io vivevo là. Nel Fucino, ad Avezzano, Pescina, Sulmona, Collemaggio.
E che mi combina la mia amica Miriam? Che lei ci vive davvero, all’Aquila, ad Avezzano, a Pescara. Ci vive, in Abruzzo, un lungo importantissimo pezzo di esistenza, dal 1948 al 1953 (salvo una breve parentesi milanese), importante al punto che lei stessa la definisce «quella che ritengo la esperienza più affascinante della mia vita politica: la battaglia condotta (e vinta) dai contadini del Fucino per cacciare Torlonia e ottenere la riforma agraria. Ad Avezzano nei mesi delle lotte del Fucino avevo vissuto assieme a mio marito (Umberto Scalia) e a mio figlio (Luciano) in una stanza con una cucina nella sede del Pci… A settembre (1953) mi trasferisco a Roma. Lascio Luciano a Ortucchio, a casa della nonna». E sempre nella sua autobiografia cita addirittura Tollo, un paesino in provincia di Chieti che si sarebbe rivelato cruciale nella mia vita (da lì viene per misteriosissime coincidenze mio figlio adottivo).
Mi ha molto colpito che, parlando per intere pagine delle lotte dei contadini del Fucino, non accenni mai, neanche per sbaglio, a Ignazio Silone. Ma avrei dovuto aspettarmelo. Sono certo che lo rimuovesse e lo disprezzasse come tutti i comunisti, anche quelli più aperti liberi critici, che per decenni lo hanno considerato un rinnegato, e per di più un pessimo scrittore, lui, uno dei nostri autori più tradotti in tutto il mondo, lui, che era stato con Togliatti a Mosca più volte negli anni Trenta e già negli anni Trenta aveva visto, capito, denunciato lo stalinismo e per questo era stato espulso dal Pci, di cui era stato uno dei più alti dirigenti.
Non ne abbiamo mai parlato, del Fucino e di Silone come di troppe altre cose, ma su di lui avremmo litigato, sono sicuro. Sarebbe stato bello. Bello, sì. E avremmo con felicità mescolato i nostri ricordi, reali e immaginari, del Fucino liberato e dell’Aquila rinata dopo il devastante terremoto del 1915, a differenza di quella ancora tutta macerie del terremoto del 2009.
Sono sicuro avremmo festeggiato insieme, il 17 giugno, la prima grande resa dei Torlonia e il mio compleanno.
Ci siamo persi qualcosa, cara Miriam, ma non per sempre. Non più, adesso che è tutto scritto.

(Reggio Emilia, 26 ottobre 2013)

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