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Di Marcello Messori, economista ed editorialista del Corriere della Sera.

1. Per vari anni ho avuto il privilegio di essere uno degli “amici-economisti” di Miriam Mafai e di essere, quindi, sottoposto alle sue domande – curiose e laiche – rispetto a un mondo che le sembrava chiuso in un linguaggio non soltanto tecnico (cosa che avrebbe capito e apprezzato senza riserva) ma anche – e soprattutto – un po’ troppo elusivo (cosa di cui diffidava). Nell’ultimo periodo, queste domande si sono gradualmente concentrate sull’Europa dell’euro e sul ruolo dell’Italia nell’Unione economica e monetaria europea (UEM).
Seguendo (almeno in tale caso) la sua tradizione culturale di provenienza, Miriam è stata una convinta e sincera europeista e, proprio per questo, non si è mai rassegnata al trattamento riservato alla Grecia e ad altri Paesi ‘periferici’ da parte degli Stati membri ‘centrali’ e delle istituzioni dell’UEM. Il rifiuto di accettare lo smantellamento di protezioni sociali elementari nel Paese, che è stato all’origine della nostra arte e cultura e che è collocato a poche centinaia di chilometri dai nostri confini, ha spinto Miriam Mafai a pormi in più occasioni la domanda inevitabile ma anche difficile da formulare: “qual è la ragione decisiva, per cui all’Italia conviene rimanere nell’euro?”.
Come accade negli incontri fra amici, la molteplicità delle voci e l’affastellarsi di nuovi problemi hanno coperto la mia difficoltà di offrire a Miriam una decisiva ragione del perché, nonostante tutto, l’economia e la società italiane non abbiano alternative rispetto all’euro. Approfitto dell’occasione offerta dalla splendida iniziativa dei figli, per fare ammenda partendo un po’ da lontano (troppo forse, come non avrebbe mancato di sottolineare la mia interlocutrice).

2. A metà degli anni Novanta, il funzionamento dell’economia europea è stato sconvolto da almeno tre fattori: il rafforzamento dei Paesi emergenti (come Cina e India) nei mercati internazionali, la diffusione globale del nuovo paradigma tecnologico statunitense (la cosiddetta ICT) e la costruzione dell’euro. Queste novità ponevano fine a tre capisaldi, che avevano retto la passata crescita italiana: reiterate svalutazioni competitive della lira, assorbimento delle tensioni economiche e sociali mediante il ricorso alla spesa pubblica, imitazione da parte delle piccole e medie imprese di innovazioni prodotte altrove e incorporate nei beni capitali. Pertanto, esse richiedevano una radicale trasformazione della nostra economia. Si trattava di mutare l’organizzazione dell’attività produttiva, di prosciugare le pervasive protezioni (dette anche posizioni di rendita) godute da troppe imprese e da una pletora di erogatori di servizi pubblici e privati, di ridisegnare il welfare state per approdare a una società più aperta ma – al contempo – più giusta e solidale.
Fra l’istituzione dell’euro (inizio del 1999) e lo scoppio della crisi finanziaria (maggio 2007) troppo poco è stato fatto, in Italia, nelle tre direzioni dette. E non è di grande consolazione appurare che: (i) tale inerzia ha colpito anche la Grecia e gli altri Paesi più ‘deboli’ dell’UEM; (ii) essa è stata favorita da Paesi come la Germania e i suoi satelliti, pronti a mascherare – a tutela della propria crescita, trainata dalle esportazioni di beni e dai trasferimenti di capitale – le debolezze altrui.
Molte delle decisioni, assunte dalle istituzioni europee fra il 2008 e oggi, hanno reso proibitivo il costo economico e sociale che i Paesi ‘deboli’ dell’UEM devono affrontare per recuperare la loro passata inerzia in una situazione macroeconomica di recessione quando non di depressione. Ma qual è l’alternativa? Un’Italia fuori dall’euro attuerebbe un’incontrollata svalutazione della sua nuova moneta nazionale, al fine di aumentare i salari monetari senza perdere la propria competitività di breve termine. Ciò innescherebbe un ingovernabile processo di inflazione, il cui impatto sociale negativo (soprattutto per i percettori di redditi fissi, come i pensionati) sarebbe assorbito nel breve termine dall’esplosione della spesa pubblica. Intanto, gran parte delle nostre imprese continuerebbe a essere tagliata fuori dal nuovo paradigma tecnologico e cercherebbe protezione in rafforzate posizioni di rendita nel mercato nazionale. Nel medio termine, il circolo vizioso fra inflazione e svalutazione genererebbe, così, crescenti disavanzi nella bilancia commerciale.

3. Insomma: l’Italia senza euro diventerebbe un’economia caratterizzata da iperinflazione, da crescenti deficit gemelli (nel bilancio pubblico e negli scambi internazionali), da rendite sempre più diffuse. Se non cadete nell’errore di pensare al mondo (ormai tramontato e comunque problematico) degli anni Settanta, il tutto non vi ricorda forse le peggiori derive sudamericane degli anni passati? Se rispondete di sì, avete trovato la ragione decisiva per tenervi stretto l’euro nonostante tutto. Si tratta perciò di operare perché l’Italia si adatti meglio all’UEM e perché l’UEM ritorni a crescere e acquisisca una maggiore rappresentatività.

Comments
  • Chicco
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    E’ sorprendente osservare come ad oggi, 26 giugno 2013, ci sia ancora qualche “illustre” commentatore dotato di cotanto fegato da partorire un tale guazzabuglio di luoghi comuni (iperinflazione, deriva sudamericana, anni 70).
    Mafai, sappiamo bene che il suo livello è ben altro: non ci deluda.

    • admin
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      Forse le è sfuggito che la Mafai è morta…

  • anna zirone
    Reply

    istintivamente l’euro non mi ha mai fatto paura:
    un biglietto a teatro di €25 mi sembra meno
    caro di £ 40.000. Naturalmente ciascuno sia
    prudente. grazie per l’articolo così chiaro sul
    l’Europa e la sua economia. AZO

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